L’Acquario, segno d’aria che porta l’acqua, incontra il mare soprattutto come spazio mentale: orizzonte, rischio, utopia, sradicamento, comunità erranti. In tutti questi autori il mare diventa la forma liquida di una vocazione acquiriana alla soglia, al margine, alla rivoluzione dello sguardo.
L’Acquario non è un segno d’acqua ma il portatore dell’acqua: è il gesto di versarla, di distribuirla, di farla circolare fra gli esseri umani. È l’acqua come idea, come progetto collettivo, più che come emozione pura.
Nel mare questi tratti diventano mare aperto, rotte nuove, comunità provvisorie di equipaggi, porti cosmopoliti, città affacciate sull’oceano, luoghi in cui identità e ruoli vengono sospesi e ridiscussi.
Così la scrittura “acquariana” di mare non si limita alla descrizione paesaggistica: usa l’acqua come grande metafora di tempo, mutazione, libertà e disobbedienza, spesso con una vena ironica o utopica che scardina l’ordine costituito.
Virginia Woolf, Aquario del 25 gennaio, è forse l’esempio più trasparente di come un segno d’aria possa pensare il mare come forma del pensiero. Nei romanzi, le onde ritmano il flusso di coscienza, cucendo insieme individui, tempo storico e memoria in un unico movimento fluido.
In studi dedicati alla sua “estetica thalassica”, il mare viene letto come metafora radicale, insieme estetica e filosofica, capace di rappresentare politiche alternative e soprattutto la posizione marginalizzata delle donne. Le onde sono ciclicità vita/morte, ma anche lingua altra, in cui identità e genere si sfaldano e si ricompongono di continuo, come personaggi che entrano ed escono dalla riva della narrazione.
Alessandro Baricco è Aquario (25 gennaio 1958), con Sole e Venere nel segno, e questo doppio marchio acquiriano illumina la sua attrazione per l’elemento liquido e le forme narrative “ondeggianti”. Il mare in lui è spesso mare narrativo: superficie calma che nasconde vortici, flussi di voci, correnti incrociate di linguaggi.
La sensibilità acquariana per il collettivo, il coro, la voce plurale si traduce in strutture dove le storie si increspano l’una sull’altra, come onde di uno stesso mare simbolico. Il mare non è sfondo naturalistico ma campo di forze: luogo in cui emergono utopie, comunità provvisorie, personaggi eccentrici che sfidano le convenzioni del proprio tempo con gesti visionari o “fuori registro”.
Ernest Shackleton, esploratore antartico, aveva una concentrazione impressionante di pianeti in Acquario: Sole, Luna, Venere e Saturno nel segno del portatore d’acqua, con aspetti forti che legano Luna e Saturno a Marte in Ariete e a Giove, disegnando un profilo di leader visionario, resiliente, pronto al rischio estremo. L’oceano, per lui, è spazio di prova e di solidarietà: il mare gelato, Saturno e Urano insieme, diventa il teatro in cui si testa una fratellanza radicale con il proprio equipaggio, forma estrema di comunità acquiriana.
H. W. Tilman, alpinista e navigatore, appartiene alla stessa famiglia simbolica: uomo di spazi bianchi e blu, di silenzi marini e montagne, di rotte minimali e rischiose. La sua scrittura asciutta e ironica trasforma il mare in frontiera mentale, dove il piccolo gruppo (l’equipaggio) è laboratorio di un’etica libertaria e di responsabilità condivisa, tipicamente acquiriana. Il mare qui non consola: chiede lucidità, scelte dure, distacco, ma in cambio offre quel senso di fraternità fra “uguali nella tempesta” che l’Acquario cerca in ogni esperienza.
Charles Dickens ha scritto uno dei ritratti più acquiriani del mare in città: il capitano Cuttle, in “Dombey and Son”, che un’interpretazione astrologica associa esplicitamente al segno dell’Acquario. È un vecchio lupo di mare eccentrico, libero, amico di tutti e pronto a pensare “rivoluzionariamente”: in lui il mare diventa memoria di un altrove più libero, che entra in città e incrina l’ordine borghese.
Georges Simenon, invece, ha il Sole in Acquario, con un forte accento sul segno anche attraverso Mercurio e Giove, che ne colorano l’intelletto e il modo di guardare il mondo. Il suo rapporto con l’acqua passa per porti, canali, chiuse, nebbie fluviali: spazi umidi e ambigui dove l’umanità si mescola, le classi sociali si sfiorano, le identità si sfumano come nella pioggia sulle banchine. In chiave acquiriana, questi luoghi liquidi sono laboratori sociali, in cui Simenon osserva con lucidità non moralistica la solitudine, la solidarietà, le derive dei suoi personaggi.
Jules Verne è un Acquario pienamente riconosciuto: nato l’8 febbraio 1828, con Sole in Acquario e una forte dominante del segno, oltre a una simbologia di grado che associa addirittura un uomo che salva un altro da una barca che affonda, un’immagine quasi programmatica del suo immaginario marino. I suoi oceani sono mappe dell’avvenire: laboratori tecnologici, teatri di esplorazioni democratiche, dove la conoscenza è condivisa fra scienziati, capitani, marinai, lettori. L’Acquario qui si manifesta come fede nell’umanità e nella circolazione del sapere, nel mare come grande archivio planetario ancora da leggere.
Nikos Kazantzakis nasce al confine fra Acquario e Pesci, con Sole sulla cuspide e Mercurio e Marte in Acquario, che gli conferiscono una tensione intensa verso il servizio al mondo, la rivoluzione interiore e l’esperienza come prova spirituale. Nei suoi testi, il mare greco è insieme corpo, eros, lotta e ascesi: è il campo dove l’uomo si misura con la propria libertà e con Dio, sospeso fra ribellione e abbandono. L’Acquario porta la componente rivoluzionaria e “eretica”, capace di guardare oltre dogmi e tradizioni; i Pesci danno la vastità mistica, la nostalgia dell’assoluto che il mare incarna così bene.
Ambroise Louis Garneray, nato il 19 febbraio 1783, appartiene anch’egli alla zona di passaggio fra Acquario e Pesci. Corsaro, pittore di marina, incisore e scrittore di memorie avventurose, è uno dei precursori del romanzo marittimo d’avventura, capace di tradurre in narrazione la vita sul mare con una potenza visiva quasi cinematografica.
Nei suoi racconti di battaglie, arrembaggi, prigionia, il mare è un organismo politico: incrocio di imperi, rotte commerciali, violenze e resistenze, dove il singolo è trascinato in un gioco più grande di sé. Qui la cuspide Acquario–Pesci si vede nell’intreccio fra sguardo lucido sul sistema (guerre, economie, poteri) e immersione sensoriale nella materia marina: onde, vele, fumo, corpi. Garneray porta nel romanzo di mare quell’attenzione acquiriana per i movimenti collettivi, le flotte, le manovre, gli spazi condivisi della nave, senza perdere il pathos quasi “oceanico” dei Pesci.
Acquario e scrittura di mare: alcune costanti
Nel loro insieme, questi autori disegnano un archetipo: lo scrittore di mare dell’Acquario non è solo contemplativo, è un organizzatore di rotte, di comunità, di esperimenti umani sull’acqua.