Una serata intensa, ricca di spunti e di umanità, quella che ha visto protagonista Mauro Pandimiglio nella presentazione del suo libro "Noi anfibi". A fare gli onori di casa e a introdurre l'autore è stata Luisa Francesca Proto dell’ass. di vela solidale Un ponte nel vento, che conosce Pandimiglio da vent'anni esatti — "era gennaio-dicembre 2006, tu dovevi andare in India" — e che ha scelto di presentarlo con il rigore di chi vuole farlo scoprire anche a chi non lo conosce ancora. Qui il video dell'intera serata
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Luisa Francesca ha tracciato un profilo dettagliato dell'autore: Pandimiglio scopre la vela a 24 anni su Film Junior e ne è subito conquistato. In pochi anni compie quattro traversate dell'Atlantico, organizza navigazioni ai Caraibi e in Polinesia, e dirige per un anno una scuola vela a Ventotene. Nel 1985 fonda il Circolo Nautico Mal di Mare, uno spazio per marinai nel cuore di Trastevere. Nel 1995 porta la base nautica della scuola a Pescia Romana.
Ma è nel 2001 che arriva l'intuizione più importante: fonda la regata Handicup, la cui caratteristica distintiva è quella di avere obbligatoriamente a bordo, come membro dell'equipaggio, una persona con un disagio — fisico o sociale. Da questa regata nasce l'incontro con altre realtà italiane che da anni usano la vela e la barca come strumento di inclusione, e da quell'incontro nasce l'Unione Italiana Vela Solidale, di cui Pandimiglio è presidente per quattro anni.
Nel 2004 fonda Handicap Onlus, e nel 2007 riunisce le principali associazioni europee che operano nel sociale con la navigazione a vela, portandole al Parlamento Europeo di Bruxelles per presentare il Manifesto Europeo della Vela Solidale. Nel frattempo si laurea in Scienze dell'Educazione, prende la laurea magistrale in Pedagogia e si iscrive a Filosofia.
La scuola Vela Mal di Mare, ha sottolineato Luisa Francesca, rimane però la sua creatura più importante: un luogo dove la disabilità è una delle tante diversità che fanno parte della natura umana, dove non esistono "i disabili" ma esistono le persone, e dove i campi estivi e i percorsi formativi sono pienamente integrati tra ragazzi dai 5 ai 18 anni.
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"Noi anfibi" è un libro denso, ha spiegato la presentatrice, che parte da una pedagogia del mare — già praticata, senza nominarla così, dai tempi del training inglese — per arrivare a una pedagogia nel mare. Un testo ricco di tratti lirici e momenti commoventi, che affronta temi profondi come il processo di disincanto, l'equilibrio come continua ricerca nell'instabilità, e il significato di tornare nel mare come nella nostra casa originaria.
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A dialogare con Mauro Pandimiglio è stato Riccardo Bosi, medico pediatra di Livorno, velista, che con l'ASL RM1 si prende cura di ragazzi e bambini immigrati non accompagnati, donne senza diritto all'assistenza sanitaria, persone invisibili ai margini della società. "Anche lui naviga in un mare impegnativo", ha detto Luisa Francesca.
Pandimiglio ha aperto il suo intervento ringraziando per l'ospitalità e condividendo una riflessione nata dalla sua esperienza nelle università italiane, dove sta portando il libro: "Ci sono due cose che non entrano nella scuola, nell'educazione, e spesso neanche nelle nostre case. Una è il mare. L'altra è l'anima. Entrambe sono grandi assenti."
Ha poi ricordato un progetto che lo ha colpito per la sua efficacia comunicativa: "Mariniamo la scuola" — uno slogan che ha trovato "azzeccatissimo".
Riccardo Bosi ha preso la parola partendo da una suggestione che ha attraversato tutto il libro: l'idea che i bambini siano un popolo. "Gli antropologi lavorano su piccole popolazioni, osservano senza andare sui massimi sistemi, ragionano tra natura e cultura. I bambini sono molto vicini alla natura — arrivano dalla pancia della mamma, dal mare. Il compito dell'educazione sarebbe quello di dargli la cultura. Ma da dove arrivano, prima?"
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Pandimiglio ha risposto ricostruendo un percorso che unisce la storia evolutiva del pianeta con la storia intima di ciascuno di noi. "400 milioni di anni fa il mondo era una pancia d'acqua. A un certo punto c'è la catastrofe: il 75% delle specie viventi muore perché le acque si ritirano ed emergono i continenti. È lì che comincia l'evoluzione — i primi pesci polmonati, poi gli anfibi, poi i mammiferi."
Ha poi citato Sándor Ferenczi, psicanalista allievo di Freud: "Freud diceva che la vita di ciascuno è un ritorno all'utero. Ferenczi rispose: allora io posso dire che la vita di ciascuno è un ritorno all'oceano, perché quella è stata la nostra prima pancia, la nostra vera origine." E ancora: "Tutti noi siamo stati nove mesi dentro l'acqua. Il sangue ha la stessa composizione chimica del mare. Ce lo portiamo dentro."
Ha citato anche Italo Calvino, con il racconto "Ti con Zero", e Rachel Carson, scrittrice e biologa marina che negli anni Cinquanta scrisse sul mare con uno sguardo anticipatore e rivoluzionario, e che da sola combatté e vinse la battaglia contro i pesticidi e le multinazionali come Monsanto.
Su questo sfondo evolutivo si innesta un'altra riflessione: i bambini, nella storia dell'umanità, sono stati a lungo invisibili. "Nei grandi documenti costitutivi — come la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del 1948 — di bambini non si parla. Se ne parla per la prima volta solo nel 1989, con la Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia. L'articolo 28 parla di dignità del bambino. Eppure la dignità è proprio quello che ai bambini non viene riconosciuto — per come vengono trattati nelle scuole, nelle famiglie, nella società."
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Uno dei passaggi centrali della serata ha riguardato la trilogia dell'educazione: sapere, saper fare, saper essere. Pandimiglio ha raccontato come nella sua scuola vela abbiano eliminato la teoria: "I ragazzi vanno in barca subito, senza un minuto di spiegazione. Perché? Perché la teoria li divideva — stavano in barca con la mente altrove, a pensare a cosa fare la sera. Erano scissi. Non erano liberi."
La scelta alternativa è quella dell'osservazione e dell'accompagnamento: "Siamo insieme. Interveniamo quando c'è bisogno, altrimenti osserviamo. Come diceva Maria Montessori: il maestro deve essere un osservatore astronomico, deve guardare i bambini come se fossero degli astri e riconoscere le loro ellissi, i loro giochi meravigliosi. Se smetto di voler infondere conoscenza, lo spettacolo che si apre è straordinario.” Da qui il passaggio fondamentale ad una nuova trilogia: SAPER ESSERE, SAFER FARE, SAPERE.
Ha poi sollevato un paradosso ecologico: "Insegniamo ai ragazzi a non buttare la carta per terra, mentre qualcuno ammazza 20.000 bambini. Il singolo, l'io, l'ego — è tutto rovesciato rispetto a quello che ci hanno insegnato. Noi siamo relazione. I bambini lo sanno ancora: sono connessi con tutto ciò che accade intorno a loro."
Ha poi aggiunto: "I capricci non esistono. Ce li siamo inventati noi adulti. Nessun bambino fa un capriccio — ha sempre una ragione, un motivo. Siamo troppo educativi. Dobbiamo fare un passo indietro e lasciare spazio alla dignità di essere bambini."
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Riccardo Bosi ha introdotto due metafore del libro che lo avevano particolarmente colpito: quella dell'arcipelago e quella della barca relazionale.
Pandimiglio ha spiegato: "Quando guardiamo un arcipelago, vediamo le isole. Quando siamo in una classe, vediamo i singoli — il bambino disabile, quello autistico, quello così, quello cosà. Ma quello che condiziona davvero un arcipelago — geografico o umano — è il mare: ciò che unisce e separa le isole, che rende l'arcipelago. Se il mare è mosso, la nostra visione sarà una. Se è calmo, un'altra."
Ha poi applicato questa metafora al tema del bullismo: "Quando sento parlare di bullismo, mi arrabbio. Si mette l'etichetta sul bullo, si fa una legge contro il bullo. Ma il bullo non esiste: esiste una relazione tra quel ragazzo e gli altri. Se non entriamo nella relazione, il bullo rimarrà sempre il bullo e la vittima sempre la vittima. Il problema è della classe, del gruppo. E quel ragazzo che viene espulso, spesso era già stato abbandonato da piccolo — e nessuno riconosce il suo dolore."
------------------------------------------------Pandimiglio ha dedicato una parte della serata a Pinocchio, definendolo "la favola più conosciuta al mondo, l'archetipo di ogni rapporto tra bambini e crescita". Ha raccontato la vita dell'autore, Carlo Lorenzini, cresciuto in un ambiente familiare poco attento, segnato dalla ludopatia — e ha ricordato che nella prima stesura del racconto Pinocchio viene impiccato all'albero dello zecchino d'oro.
"Ma la cosa che mi ha fatto amare questa storia è il finale. Dopo tutte le vicissitudini con gli adulti — la Fata Turchina, il Grillo Parlante, Mangiafuoco, la Volpe — Pinocchio si perde e finisce in mare, dove viene inghiottito da una balena. E in fondo al ventre della balena trova il padre. Come se Collodi volesse dirci: per incontrarci davvero, dobbiamo prima perderci. E ci perdiamo, guarda caso, nel mare — nella nostra casa originaria. Lì, dentro la balena, Geppetto non deve comprare l'abbecedario. Devono solo parlarsi."
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Pandimiglio ha poi parlato del romanzo "Fiori per Algernon" di Daniel Keyes (1959), definendolo "uno dei libri più elevati di pedagogia sulla disabilità". La storia di Charlie, un uomo con ritardo mentale che accetta di sottoporsi a un'operazione sperimentale — la stessa che ha reso intelligentissimo il topolino Algernon — diventa per Pandimiglio uno specchio su come trattiamo chi è "diverso".
"Charlie diventa brillante, legge, si innamora. Quando Charlie era "il ritardato", tutti lo trattavano con una certa affettuosa condiscendenza — i colleghi della panetteria ridevano con lui, o almeno così credeva. Diventato genio, scopre che in realtà ridevano di lui, lo deridevano e lo sfruttavano. E quando prova a difendersi, viene licenziato.”
La sua nuova intelligenza lo isola emotivamente: è troppo brillante per stare con le persone comuni, ma non riesce comunque a essere accettato pienamente dal mondo accademico e scientifico. Si ritrova solo su entrambi i fronti.
Charlie arriva a chiedersi se quella trasformazione sia stata davvero un regalo. La sua conclusione implicita è che la felicità e l'intelligenza non vanno necessariamente a braccetto, e che il mondo non è attrezzato per accogliere davvero nessuno — né chi è considerato "inferiore", né chi è considerato “superiore”.
"Un ragazzo disabile viene codificato e guardato attraverso la diagnosi. La diagnosi diventa la persona. Ma quella persona sogna, ama, ha emozioni, ha bisogni — esattamente come tutti noi. Queste cose passano sempre in secondo piano, soprattutto quando manca il linguaggio."
Ha concluso: "La disabilità è un termine improprio. Vuol dire semplicemente: qualcuno che non appartiene al mio linguaggio, al mio stile di vita. È la stessa violenza che abbiamo esercitato contro le persone di colore, contro i poveri del Sud, contro chiunque abbiamo voluto escludere."
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Luisa FrancescaProto ha osservato come il libro parli sì di bambini e pedagogia, ma contenga in realtà un'umanità che ci riguarda tutti: "La parte bambina è in ognuno di noi. Tante nevrosi, tanti dolori, tante depressioni sono dovuti alla fatica di dover essere adeguati, di corrispondere a ciò che ci viene chiesto — e che spesso non è naturale."
Pandimiglio ha chiuso con un sogno: "Se dovessi immaginare qualcosa di umanamente bello, penserei alla trasformazione dell'educazione in cura. L'educazione è orientata al risultato — per questo ci sono i voti. L'aver cura, invece, esula dal risultato. Significa cercare il bene nell'altro. E aver cura dell'altro è anche aver cura di noi stessi."
Ha aggiunto: "Non esiste un posto al mondo dove questo avvenga già. Ma il problema non è creare la scuola perfetta. Il problema è mettersi in quella tensione — essere nella tensione dell'aver cura. Quella tensione potrebbe essere molto contagiosa. Potrebbe essere un bel Covid al contrario."
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La serata si è chiusa su una nota profonda e quasi spirituale. Il mare, hanno concordato tutti i presenti, non è solo uno spazio fisico o uno strumento educativo: è qualcosa che ci riguarda intimamente, che ci precede e ci sopravvive.
Riccardo Bosi ha aggiunto: "Nel tuo libro c'è la scomparsa della sacralità. Eliminando la sacralità, si elimina l'enigma della vita. È stato amputato il mistero."
E in quel mistero — nel mare come origine, come terapia, come magistero, come luogo dell'anima — si è conclusa una serata che difficilmente si dimentica.